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Lo spazio trasfigurato
Giorgio Verzotti

 

La scultura è spazio che si versa in uno spazio più grande, diceva Mario Merz a proposito dei suoi igloo. La scultura è anche, o può essere, apertura verso lo spazio che la contiene invece che chiusura in un volume.
Può essere generatrice essa stessa di spazio. Questi pensieri frullano in testa entrando nelle sale della mostra di Ferruccio Ascari; subito infatti già dall’ingesso si ha la visione, improvvisa e inaspettata, di un’apertura.
Letteralmente: dall’atrio di ingresso si vede inquadrata dalla porta della prima sala la finestra di fronte, aperta sul muro che delimita il cortile esistente all’esterno della galleria,  in un susseguirsi di spazi che ne ingloba uno aperto. Sul muro del cortile infatti è sospesa una scultura, parte integrante dell’insieme di altre opere che costituiscono la personale dell’artista, esposte nelle due sale della galleria.
Questa scultura esterna sembra un po’ il fulcro della mostra. Applicata più o meno al centro del grande muro, è costituita da una leggera lamiera costellata di fori circolari, piegata su se stessa come se si stesse annodando. Una forma dinamica, visivamente e forse anche materialmente leggera, come tutte le sculture della mostra, esposte su alti treppiedi e protette da teche in vetro.
Formalmente c’è affinità fa le opere all’interno e questa all’esterno, che ha però la facoltà, che le altre non hanno, di imporre una visione frontale e da lontano. Le altre vanno viste da vicino, girando intorno ad esse, come si fa con reperti artistici o di diversa preziosità che vanno osservati in tutti i loro particolari.
L’altra, più grande, invece no, va vista tutta insieme e non da vicino, non avremo modo di osservarla nei particolari, cogliendo per esempio il modo in cui tecnicamente si flette, si inserisce nelle sue stesse pieghe. Non ci fa capire bene come è fatta, vuole solo essere presa da uno sguardo che la contenga interamente, come qualcosa che ci è prossima e famigliare, si, sembra fatta dello stesso materiale delle altre sculture, ma che è anche irrimediabilmente lontana. Un po’ come l‘icona sacra, che ci mostra il divino incarnato e quindi rappresentabile, ma lo sospende nello spazio altro della trascendenza, simboleggiato dall’uniforme fondo dorato.
Qui abbiamo uno spazio “versato” in un altro, spazio vero, il cortile, ma anch’esso irraggiungibile, quindi sembra lecito associare la scultura sospesa al pathos dell’icona, almeno nel senso della meraviglia che essa ci infonde nello scoprirla subito, al primo colpo d’occhio, entrando nella galleria. Vicina e lontana.
E nell’interrogarci su di essa. La prima impressione infatti è quella di una strana collocazione, di un inatteso rapporto fa spazi, che però non crea discrepanze, al contrario. Quella lamiera ripiegata su se stessa non sembra essere un corpo estraneo in quell’ambiente, sembra anzi accordarsi con esso, col muro stesso per il suo colore, col verde degli eleganti arbusti dipinti che si trovano al di sotto dell’opera, perfino con il tavolino e le sedie in metallo che l’occhio trova nel cortile, guardando giù dalla finestra aperta.
Se la scultura è spazialità “versata” in una spazialità più grande, se è apertura, qui l’aperto c’è davvero, letteralmente, e la modalità di visione che impone fa pensare all’infinito, all’aperto come trascendenza, comunque come concetto assoluto. Inoltre, quell’opera sembra quasi  trasfigurare lo spazio.
L’impressione che si ha, di primo acchito, incontrando con sorpresa quell’opera sospesa è che essa sia sempre stata li, appesa al centro di quel muro, da sempre parte integrante di quel piccolo paesaggio urbano, da sempre in armonia con tutti i suoi elementi.
Martin Heidegger diceva che la scultura, nel suo aprire la propria spazialità all’ambiente in cui è collocata fa di quell’ambiente una dimora, dove l’uomo può liberamente abitare. La scultura, l’opera d’arte, umanizza lo spazio? Ne svela il senso segreto? Comunque sia, sembra proprio che qui Ferruccio Ascari abbia operato in quel modo: indubitabilmente, ha fatto di quegli spazi, di quel rapporto fra spazi, una dimora.

Giorgio Verzotti


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