2022 Babel

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Babel

In occasione della mostra Il Numinoso a cura Giorgio Verzotti – un progetto espositivo che indagava il senso del sacro nell’arte contemporanea attraverso una selezione di opere realizzate dagli anni Sessanta a oggi creando un dialogo tra più di venti artisti italiani – Ferruccio Ascari ha realizzato Babel, una grande scultura che è anche un’installazione site-specific. Utilizzando la presenza di un lucernario al piano terra della galleria Babel ‘attraversa’ lo spazio longitudinalmente e lo supera. L’opera, alta complessivamente circa otto metri era suddivisa in due parti: la prima andava da terra sino al cristallo, la seconda poggiando su di esso, si sviluppava all’esterno e svettava verso il cielo.

A proposito di Babel…

Conversazione tra Ferruccio Ascari e Daniela Cristadoro

C: La domanda che mi arrischio a farti è di quelle già difficili da porre e a cui è forse ancor più difficile rispondere: che relazione c’è, se pensi vi sia una relazione, tra la tua arte e il ‘sacro’?

A: Non lo so. Il mio lavoro ha soprattutto a che fare con ciò che non so. Mi metto ogni giorno al lavoro per entrare, in qualche modo, in relazione con ciò che non conosco. Attraverso l’arte tento un contatto con ciò di cui avverto la presenza e che pure mi è ignoto. Se questo ‘ignoto’ fosse possibile chiamarlo ‘sacro’, allora il mio lavoro potrebbe averci a che fare, non so…[read]

C: Definire cosa sia il sacro , ammesso che ne fossimo capaci, ci condurrebbe troppo lontano, io mi riferivo con questa domanda ad un orizzonte dentro il quale alcune tue opere potrebbero essere collocate.

A: A quali opere in particolare stavi pensando?

C: In realtà sono più di una. La prima che mi viene in mente è Mantra 1) non solo per il titolo che rinvia ad un orizzonte spirituale, ma soprattutto per le sue caratteristiche formali. L’opera si snoda in ventisette tele disposte in modo non lineare con un andamento che ricorda una partitura musicale, contiene il frammento di un mantra appartenente alla tradizione vedica 2). Ma c’è dell’altro. La gamma cromatica si riduce qui a due soli colori, il verde scurissimo, quasi nero, del fondo e l’oro delle parole che compongono il testo. Un testo a prima vista indecifrabile. Quando ho visto quest’opera mi sono affiorati alla mente dei rimandi, ho stabilito delle connessioni…

A: … sono curioso di sapere a cosa hai pensato..

C: le scelte formali che hai operato in quest’opera mi sono parse una dichiarazione d’intenti: la drastica riduzione degli elementi figurali, il fondo aureo, ne fanno un oggetto di meditazione in chiave tutta contemporanea, con un implicito richiamo – passando per Malevich e il suo Quadrato nero – all’icona, al suo significato teologico oltre che artistico, al suo essere una ’presenza’ e non una semplice rappresentazione.

A: Non so se quello che vado facendo è all’altezza di queste tue connessioni, ma senza dubbio sono profondamente convinto che un’opera d’arte debba tendere ad essere ‘ una presenza’, e non una semplice ‘rappresentazione’. E’ un’obbiettivo arduo da raggiungere, ma il solo che a mio avviso meriti di essere perseguito.

C: Hai dichiarato che alcune tue opere si pongono ‘come una soglia da superare, enigmi da sciogliere perché si schiuda il loro contenuto di verità’. Ti riferivi credo a Criptografie, un ciclo di opere in cui l’affresco riportato su tela – tecnica che da sempre contraddistingue tutti i tuoi lavori di pittura – si coniuga con il collage di ritagli di fogli in Braille tratti da un manuale di Storia Naturale per ciechi..

A: Si, a Criptografie, ma non solo, anche a Nomen Nescio, un altro ciclo di mie lavori in cui la scrittura ha un ruolo importante. Si tratta di testi la cui decifrazione presuppone un cammino di ricerca, che fanno riferimento a tradizioni spirituali diverse, prendono avvio da una ricerca di un fondamento comune capace di preservarci dall’odio e dall’intolleranza.

C: In Nomen Nescio, compaiono delle immagini che non puoi dire da dove vengano, colte come sul punto di apparire oppure di svanire non sai dove…

A: … sì, quegli affreschi sono ‘campi’ che ogni tanto attirano presenze fugaci, apparizioni di cui a volte resta un’ombra, comunque senza nome, frammenti d’ignoto potremmo dire..

C: Nelle tue installazioni, invece questo tema, sebbene presente, sembra cambiare registro…

A: … dalle due alle tre dimensioni il passaggio è verso il concreto. Dunque la sfida più ardua. Una scultura, per quanto lieve, non può che occupare un determinata frazione di mondo; qui l’ignoto può essere evocato, agognato, in ogni caso vi è una fisicità da attraversare, una presenza concreta che, a mio modo di vedere, non può porsi che in due modi: o come tramite o come ostacolo.

C: In occasione di questa mostra hai realizzato Babel, una grande scultura che è anche un’installazione site specific. Al piano terra della galleria una porzione del soffitto è di cristallo; utilizzando la presenza di questo lucernario Babel ‘attraversa’ lo spazio longitudinalmente. Da terra raggiunge il cristallo, lo ‘attraversa’ e lo supera. L’opera, alta complessivamente circa otto metri è suddivisa in due parti: la prima va da terra sino al cristallo, la seconda poggiando su di esso, si sviluppa all’esterno e svetta verso il cielo.

A: Sono sempre stato molto attratto dalle caratteristiche dello spazio in cui un’opera viene collocata, faccio fatica a considerarlo un elemento estraneo. Penso che un’opera non sia un semplice oggetto che viene esposto in un luogo senza intrattenere con esso una quantità di relazioni. Coi luoghi in cui ho esposto i miei lavori ho sempre stabilito un dialogo molto stretto, a volte mi hanno addirittura ispirato. Nel caso di alcune installazioni sonore come Vibractions l’idea di fondo era addirittura quella di ‘misurare’ lo spazio architettonico attraverso il suono, o meglio di trovare un suo equivalente sul piano sonoro. Più in generale considero lo spazio in cui una mia opera viene collocata come un elemento che in qualche misura viene a far parte dell’opera stessa. In questa specifica occasione le caratteristiche dello spazio della galleria hanno costituito uno stimolo.

C: Il titolo dell’opera esposta nell’ambito di questa mostra /della mostra Il Numinoso / si riferisce in modo diretto al racconto biblico. Un racconto di cui esistono interpretazioni molto distanti, addirittura divergenti. Qual è la lettura che ne hai dato attraverso questo tuo lavoro?

A: Non sono un esegeta biblico, la mia non è una ‘lettura’, non vuole essere un’interpretazione. Quel racconto mi ha sempre ossessionato. Il tema di questa mostra mi ha dato l’occasione di realizzare ciò che mi girava per il capo da tempo. Al di là delle diverse interpretazioni quello che mi ha sempre colpito è la potenza di quel racconto, il suo essere una metafora di ciò che contraddistingue l’essere umano, il suo percorso evolutivo. Un cammino che non sembra conoscere limiti se non quello della sopravvivenza della stessa specie. Un emblema: i grattacieli sempre più alti nelle metropoli del pianeta. Quanto tempo c’è voluto per arrivare a progettarli e realizzarli? In un istante possono essere distrutti da ordigni che sono il prodotto di un medesimo sviluppo di conoscenze… Al fondo di tutto sembra esserci un desiderio conoscitivo insaziabile che si scontra con l’impossibilità ad essere appagato: più le conoscenze aumentano più si amplia l’inconoscibile. Penso che all’origine dell’opera d’arte ci sia questa consapevolezza e tutta la gamma di pensieri, di considerazioni sulla condizione umana che ne derivano. L’arte, la letteratura non appartengono al regno dell’utile, non prevedono applicazioni, sono una sorta di ‘farmaco’ o comunque una risposta a questa che è la nostra condizione.

C: Nel racconto biblico la torre era fatta di mattoni, la tua’ torre’ presenta un variante significativa, è una costruzione fatta di corpi…

A: … i mattoni della torre biblica rappresentano lo strumento di cui si avvale la tentazione/intenzione umana di raggiungere il cielo, di conoscere l’inconoscibile, di vedere l’invisibile; qui, in Babel i ’mattoni’ sono gli uomini stessi: la materia dell’intenzione, l’argilla, viene sostituita dallo stesso soggetto che ha concepito l’intenzione. Protesi verso l’alto, in precario equilibrio, da un momento all’altro sono esposti alla caduta…

C: … a proposito di ‘caduta’ mi viene in mente un’altra tua opera del 2013. Mi riferisco ad Impemanenza l’installazione che hai realizzato nel 2013 per la mostra al Museo Tornielli di Ameno e insieme al video che prende spunto da questo lavoro. Impermanenza oltre a essere il titolo di un tuo lavoro é anche una categoria, un concetto chiave della filosofia buddhista alla base della quale c’è la constatazione che ciò che costituisce ogni cosa esistente altro non è che è un insieme di elementi in relazione tra loro, transitori e soggetti ad un continuo cambiamento: tutto ciò che ha inizio, ha fine.

A: Non è necessario spingersi sino in estremo oriente per scoprire come l’impermanenza sia la vera natura di tutte le cose. Già si attribuisce al filosofo greco Eraclito, per restare nel nostro bacino culturale, l’avvertimento: ‘tutto scorre’, “non potresti entrare due volte nello stesso fiume” e d’altronde la riflessione sull’evanescenza delle cose e sulla morte è alla base di molto pensiero e mistica occidentali. So poco di buddismo, m’interesso invece da tempo del Sāṃkhya, la filosofia che sta a fondamento dello yoga, in ogni caso non credo che nel lavoro artistico debba necessariamente esservi un concetto che precede e una realizzazione che segue, mi piace di più pensare che arte sia un ‘pensar facendo’, un ‘fare pensando’.

C: L’installazione realizzata per il Museo Tornielli era costituita da tre architetture/torri realizzate con porzioni di rami, scortecciati e imbiancati. Si aveva la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che, quasi per un miracolo della statica, o meglio in stupefacente contraddizione con essa, solo per un istante potesse stare in piedi: i pezzi di legno a terra dicono di un crollo precedente e di un inevitabile prossimo crollo. Cosa hai voluto dire con questo lavoro?

A: Più che di una mia volontà di dire credo si tratti di una mia predisposizione all’ascolto, all’indagine, al tentativo di portare alla luce ciò che si nasconde. Ogni forma, ogni materia custodisce un suo segreto. Interrogare una forma, tormentare un materiale, esasperare una tensione, portare una struttura al limite della sopportazione: questo faccio lavorando. Nel caso di Impermanenza così come di Babel è l’equilibrio che è portato al limite. Se c’è volontà di dire qualcosa, questo qualcosa è proprio in quel ‘essere al limite’. Al limite del crollo. Credo che l’intenzione non sia diversa da quella che spinge un funambolo a camminare su una corda tesa sul vuoto o – meno pericolosamente, ma non con diverso spirito – un bambino a fare un castello con le carte da gioco. La gratuità del gioco è cosa essenziale, significa la non sottomissione all’utile. Il gioco, come l’arte, è cosa seria proprio perché si sottrae all’utile. Il gioco non è utile, è indispensabile: sono due cose diverse. Qui la caduta, il crollo, la rovina sono indispensabili, altrimenti il gioco non potrebbe essere giocato. La caduta è insita, nonostante possa essere nascosta dalle apparenze, nell’equilibrio stesso, è il vero ‘rimosso’ del solido edificio che tutto vuol dimostrare, ma non la sua rovina. Esattamente il contrario di ciò che mostrano le torri di Impermanenza e Babel.

Note

1) Mantra. Affresco riportato su tela, oro e ferro. 27 tele cm. 30×40 cad. 2018. Cappella dell’Incoronazione, Palermo. Biennale Internazionale di Arte Contemporanea Sacra delle Religioni e Credenze dell’Umanità (Padiglione Filosofico)
2)
Complesso di testi sacri da cui prende nome la più antica religione delle popolazioni arie dell’India, il Vedismo, da cui successivamente si svilupperà l’induismo.
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Babel, ferro, cm. 250 X 260 x 800 circa, veduta interna dell’installazione, Building Gallery, Milano 2022

Babel, ferro, cm. 250 X 260 x 800 circa. Veduta esterna dell’installazione, 2022


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